Corte di cassazione: responsabilità ex D.lgs. n. 231/2001 per le società straniere prive di sede in Italia


La Corte di Cassazione, Sezione VI penale, con la sentenza n. 11626/2020 ha ritenuto che l’ente straniero è responsabile ex D.lgs. 231/2001 anche in assenza di sede in Italia, ma operante sul territorio nazionale. La Suprema Corte ha introdotto la possibilità che la Società straniera, a prescindere dalla sua nazionalità o dal luogo ove si trova la sua sede principale o esplica in via preminente la propria operatività risponda dei reati per i fatti commessi nel suo interesse o vantaggio da soggetti che rivestano funzioni apicali o dirigenziali o che ne siano dipendenti.

Il Giudice di Legittimità ha, altresì, affermato l’irrilevanza della nazionalità straniera dell’ente ai fine della procedibilità in ordine all’illecito amministrativo, ritenendo non esservi alcuna ragione che le persone giuridiche siano soggette ad una disciplina speciale rispetto a quella vigente per le persone fisiche, tali da sfuggire ai principi di obbligatorietà e di territorialità della legge penale.

La vicenda

Il processo ha riguardato il pagamento da parte delle società Boskalis International BV e Boskalis S.r.l. di una tangente di 571.250,60 euro al coadiutore legale della procedura fallimentare della società Dragomar S.p.A., quale corrispettivo per il compimento di atti contrari ai doveri dell’ufficio, finalizzati a favorire dette società nell’acquisizione, a condizioni vantaggiose e con preferenza rispetto ad altri potenziali acquirenti, di beni dell’azienda della fallita Dragomar S.p.A. Le società Boskalis International BV e Boskalis S.r.l., entrambe con sede all’estero, erano state condannate nei precedenti gradi di giudizio del reato di corruzione e ricorrevano dinnanzi alla Corte per contestare il difetto di giurisdizione italiana, affermando che le carenze organizzative sarebbero avvenute all’estero.

Responsabilità ex D.lgs.  n. 231/2001 e società straniere

Rigettando il ricorso presentato dalle due Società estere, la Sezione VI penale ha affermato il principio di diritto secondo il quale la persona giuridica è chiamata a rispondere dell’illecito amministrativo derivante da un reato-presupposto per il quale sussista la giurisdizione nazionale commesso dai propri legali rappresentanti o soggetti sottoposti all’altrui direzione o vigilanza.

La Suprema Corte ha, altresì, ritenuto del tutto irrilevante la circostanza che il centro decisionale dell’ente si trovi all’estero e che la lacuna organizzativa si sia realizzata al di fuori dei confini nazionali, così come, ai fini della giurisdizione dell’Autorità Giudiziaria italiana, è del tutto indifferente la circostanza che un reato sia commesso da un cittadino straniero residente all’estero o che la programmazione del delitto sia avvenuta oltre confine.

Il ragionamento seguito dai Giudici di legittimità, dunque, si sviluppa attraverso un parallelismo tra la responsabilità penale personale e quella dell’ente. La Corte ha, infatti, ritenuto l’ente soggetto all’obbligo di osservare la legge italiana, in particolare, quella penale, a prescindere dalla sua nazionalità o dal luogo ove esso abbia la propria sede legale ed indipendentemente dall’esistenza o meno nel Paese di appartenenza di norme che disciplino in modo analogo la medesima materia anche con riguardo alla predisposizione e all’efficace attuazione di Modelli di Organizzazione e di Gestione atti ad impedire la commissione di reati, fonte di responsabilità amministrativa dell’ente stesso.

Disattendendo la tesi difensiva – la quale riteneva che il cittadino straniero non possa essere chiamato a rispondere di un reato commesso in Italia per il solo fatto che, nel proprio ordinamento, le regole a disciplina dell’attività presidiata dalla sanzione penale siano diverse – la Suprema Corte ha chiarito che “non può non rilevarsi come l’inapplicabilità alle imprese straniere delle regole e degli obblighi previsti dal Decreto n. 231 ed il conseguente esonero da responsabilità amministrativa realizzerebbe un’indebita alterazione della libera concorrenza rispetto agli enti nazionali, consentendo alle prime di operare sul territorio italiano senza dover sostenere i costi necessari per la predisposizione e l’implementazione di idonei modelli organizzativi”.

Nella sua decisione, la Corte di Cassazione ha richiamato la sentenza n. 222/2017 del Tribunale di Lucca, in merito al noto caso dell’incidente ferroviario di Viareggio, la quale ha ritenuto applicabile la disciplina del D.lgs. n. 231/2001 ad una società straniera priva di sede in Italia, ma operante sul territorio nazionale, in relazione ai delitti di omicidio e lesioni personali colposi. Quest’ultima decisione è stata, peraltro, confermata anche dalla Corte di Appello di Firenze con sentenza n. 3733/2019, la quale aveva ritenuto che l’operatività della responsabilità amministrativa della persona giuridica non è legata ad un criterio di territorialità, bensì alla realizzazione all’interno di esso di attività che si rivelino strumentali alla commissione di reati da parte dei suoi rappresentanti. Nella specie, il Giudice fiorentino aveva affermato che “(…) l’ambito di applicazione del decreto, quindi, è dato dal luogo di consumazione del reato e non dal luogo in cui si trova la sede o una articolazione della persona giuridica imputata (…)”, anticipando quanto sostenuto dalla Suprema Corte di Cassazione nella vicenda qui in esame.v

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